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    Il nostro lavoro, frutto della compresenza di persone afferenti a 3 aree diverse – Cittadinanza Attiva / Emergenza e Disagio / Volontariato e Reti di Supporto – ci ha motivato sin da subito a cercare un terreno comune d’appartenenza.

    I termini che sentivamo propri ma anche comuni erano:

    • il verbo AGIRE
    • Il sostantivo TERRITORIO e
    • l’avverbio CONSAPEVOLMENTE

    A questo si è aggiunta pian piano la consapevolezza di dovere ma soprattutto di “volere” rivolgere la nostra attenzione a colui/coloro che ci sono “prossimi”, cioè che possiamo incontrare per la strada che percorriamo quotidianamente, nelle diverse realtà con le quali entriamo in contatto abitualmente. Non quindi qualcuno da andare a cercare lontano o in luoghi specifici, ma che ci è accanto e per il quale

    • valorizzare la nostra presenza e attività possibile esattamente “qui dove ci troviamo
    • raccogliere le urgenze e le necessità del territorio che abitiamo
    • portare il nostro sostegno in quello che alla fine abbiamo deciso di chiamare territorio raggiungibile.

    Una volta definito il “DOVE” abbiamo cominciato a chiederci a “CHI” volessimo rivolgere il nostro operato in quanto, oltre a quanto detto poco prima, abbiamo sentito l’esigenza di identificare un target ancora più specifico cui destinare supporto:

    • anziani in difficoltà
    • persone sole
    • madri sole con i figli a carico
    • famiglie in difficoltà
    • familiari assistenti (caregiver) i propri cari ricoverati in ospedale
    • ragazzi in età scolare ospedalizzati
    • immigrati e persone in povertà

    Infine abbiamo cercato il “COME”, individuandolo nei seguenti punti:

    1. Realizzare percorsi di “formazione all’aiuto” (formazione e autoformazione).
    2. Far conoscere i servizi presenti nel territorio, facilitandone anche l’accesso (conoscenza e supporto).
    3. Dialogare: dialogo come valore e come azione (educare all’ascolto).
    4. “Fare rete” a tre livelli (o in tre momenti): A. tra operatori (o volontari); B. Tra operatori e/o volontari e utenti; C. Tra utenti. I tre livelli non vanno pensati come impervi.
    5. Dare supporto in forma di counselling, supporto psicologico/psicoterapico, realizzare gruppi di auto-aiuto.
    6. Promuovere la cultura e la consapevolezza del proprio benessere fisico/psicologico/sociale e delle proprie risorse.
    7. Apportare consapevolezza rispetto al fatto che “respiriamo tutti la stessa aria”, e che dobbiamo collaborare tutti, in qualche modo, a “renderla pulita”. Educare al rispetto dei beni comuni.
    8. Iniziative di animazione e promozione sociale.

    Per quanto riguarda il primo punto ci siamo detti che sarebbe stato utile accedere al “sapere” e al “saper fare” di organizzazioni che già da tempo lavorano nel settore dell’Aiuto, abbiamo però aggiunto che sarebbe stato altrettanto utile per noi condividere anche e soprattutto le nostre abilità e competenze (poiché molti di noi sono già esperti di alcune specifiche materie e operanti nel settore).

    Per quanto concerne invece il secondo punto abbiamo ricevuto testimonianza che si tratta di una forma di aiuto molto importante quella di informare della presenza di servizi burocratici/sanitari/sociali GIA’ presenti sul territorio e che parte inscindibile di questo “dare informazione” è quello di accompagnare ad individuare l’ufficio e/o il servizio specifico, ma soprattutto di aiutare i nostri utenti a districarsi nella pesante burocrazia, perché spesso è quest’ultima che scoraggia le persone in difficoltà a richiedere i servizi di cui hanno bisogno.

    Nel terzo punto sono confluite le nostre discussioni aperte su quanto l’indifferenza e il dare tutto per scontato ci abbia rinchiuso in una forma di isolamento, che in molti casi si nutre di forme pregiudiziali e di stereotipi culturali, e ci abbia allontanato dall’esperienza dell’incontro-con-l’altro e dal senso di appartenenza; ci siamo trovati d’accordo nel sottolineare l’importanza dell’ascolto come prima forma per stabilire un contatto con coloro che vogliamo aiutare. Le persone sono innanzitutto portatrici di vissuti e storie che hanno bisogno di trovare accoglienza ed interesse. Troppo spesso parliamo di cose pratiche, che certamente hanno la loro ragione e necessità, ma in prima battuta serve creare un “incontro tra persone” affinché possa emergere un Tu di fronte ad un Io.

    L’invito più importante da riproporre a questa società degliindividualismi onnipotenti ci sembra quello di ri-portare in auge la cultura e l’educazione all’ascolto, l’aprirsi agli altri nel rispetto e nell’interesse della diversità, valorizzare il confronto costruttivo e saper dare accoglienza e condivisione.

    Nel quarto punto abbiamo voluto sostenere il tema comune delle RETI di SUPPORTO e DELL’IMPARARE A CREARE UNA RETE, proprio in conseguenza dei discorsi affrontati in precedenza sull’isolarsi e sulla cultura, ormai diffusa, del pensare ognuno solo a sé stesso. Ci siamo detti che certamente dovremmo innanzitutto cercare di attuare questa rete di supporto tra noi operatori. Costruita questa nostra comprovata capacità di fare rete, portarla all’esterno, fornendo il nostro aiuto coordinato, servirà a portare un modello e un esempio; ma se poi questo non venisse a sua volta trasformato fattivamente in una esperienza da far condividere e far coltivare anche da parte di chi ha ricevuto l’aiuto, ci ritroveremmo a fare un mero “assistenzialismo” che sappiamo essere di per sé fallimentare, sul lungo periodo.

    Nel quinto punto, avendo alcuni di noi avuto esperienze in merito, ed essendo altri direttamente specialisti delle Relazioni di Aiuto, abbiamo pensato all’opportunità di proporre percorsi più specifici di supporto, come i gruppi di auto-aiuto, il counselling, il sostegno psicologico/psicoterapico, da rivolgersi a coloro che sono già orientati e predisposti all’affidarsi e al voler accedere a queste forme di sostegno. Questa ci è sembrata una importante disponibilità che potesse differenziarci da altre realtà presenti sul territorio.

    Nel sesto punto hanno trovato voce quegli aspetti che fanno parte delle nostre esperienze di vita, le quali ci hanno insegnato che crescere in una consapevolezza dei nostri bisogni, fisici, psicologici e sociali, nonché delle esigenze spirituali e del nostro sapercene prendere carico, ci aiuta a vivere una maggiore dimensione di benessere e di capacità di relazione. Se questo poi viene unito al saper valorizzare le proprie capacità e risorse, può divenire un aspetto fondamentale anche per definire/trovare con più semplicità un proprio ruolo nella società.

    Nel penultimo punto è emerso il nostro desiderio di invitare noi stessi e i destinatari del nostro supporto (ma è estensibile anche alle altre persone con cui entriamo in contatto) a considerare un atto di civiltà e di responsabilità quello di occuparci dell’ambiente “comune” in cui si vive. Avere rispetto ed attenzione per le risorse ambientali, avere una conoscenza del patrimonio artistico e culturale presente nel nostro paese, saper tenere pulito il luogo dove si vive e lavora e renderlo accogliente. Sviluppare consapevolezza e responsabilità su tutte queste cose crea un circolo virtuoso di opportunità e benessere per tutti.

    Infine nell’ultimo punto, affiorante in modo trasversale in tutte le riflessioni nate dai vari punti, abbiamo inteso la necessità di pensare ad attività specifiche e mirate che si possono far nascere nell’intento di dar forma ai vari aspetti del nostro ampio campo di azione, per creare concrete opportunità di animazione territoriale e di promozione del sociale.

    Tutto quanto espresso fin’ora ci ha portato a cercare un nome per il nostro “progetto”.

    Dopo aver parlato di Comunità, di Famiglia ma anche di Rete, il titolo riassuntivo migliore ci è sembrato

    FARE RETE INSIEME

    Detto questo, chiunque voglia aderire a questa progettualità ampia e ancora in attesa di una sua strutturazione fattiva e diversificata …è il benvenuto!

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